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Una veloce occhiata a passato e presente, a Celtics ed altre franchigie, per cercare di capire quali siano le regole non scritte che governano la costruzione delle squadre NBA...
Fare il GM non è mai stato facile. La Dinastia dei Celtics di Auerbach, ad esempio, dovette attendere per sei anni prima di decollare, mentre il grande "Red" assemblava il “carro armato” che nel 1956 sarebbe stato completato dal montaggio del “cannone” Bill Russell. Ed anche quando quella squadra si esaurì dopo 13 anni ed 11 titoli, Boston riuscì a ricostruire e ricostruire ancora nonostante le condizioni nella Lega stessero mutando e nonostante fossero state introdotte nuove regole nell’acquisizione o nella gestione degli atleti. Allora ad Auerbach per trovare un free-agent voglioso di assaporare l’ebbrezza del “Pride” bastava schioccare le dita, ed ecco che i vari Lovellette, Naulls, Phillip, Embry, Silas e Walton si facevano ammaliare dal Trifoglio.
Per molti anni nel dopo-Bird questa vena si è esaurita mentre nell’NBA si diffondeva (casualmente? Alimentato da qualcuno?) il falso mito che ai Celtics i giocatori neri fossero male accetti. Poi Ainge è riuscito a ricreare la “magia biancoverde” ed ecco che per incanto – da P.J. Brown a Rasheed Wallace – tutti i veterani NBA sembrano non vedere l’ora di poggiare le suole delle scarpette sul parquet incrociato.
Ma quali sono gli “ingredienti” per costruire una squadra vincente? Il primo, senza ombra di dubbio, è un proprietario disposto a spendere. Tutti ricordiamo il periodo “nero” coinciso con la presenza del famigerato Paul Gaston, personaggio che voleva gestire i Celtics come fossero i Charlotte Bobcats. Free agent? Non se ne parla. Rinnovi a giocatori con contratto in scadenza? Lasciamoli andare. Luxury tax? Stiamoci lontani! La ricetta per il disastro, insomma. A dire il vero a Boston avrebbe potuto andare anche peggio: proviamo a pensare al Donald Sterling dei Clippers, “owner” da quasi trent’anni di una squadra che vince una partita ogni tre, e che per una certa idiosincrasia verso il “maximum contract” ha fatto arrivare e ripartire giocatori come Danny Manning, Dominique Wilkins, Lamar Odom, Elton Brand e Baron Davis. A ruota Chris Cohan, “capoccia” di Golden State che dal 1991 ha guidato i Warriors al record negativo di dodici anni senza playoffs. Un barlume di speranza nel 2007 con la vittoria su Dallas, e poi il veloce ritorno nel limbo. Oppure Michael Heisley, il miliardario che tuonò “i Grizzlies resteranno a Vancouver”! Da allora li ha portati nel Tennessee ma lì si sono fermati, a distanza di sicurezza dalla luxury tax. Pau Gasol vuole un nuovo contratto? Fuori dai piedi, “non vorranno mica che spenda 100 milioni di dollari”? Il toto-Rudy Gay è già iniziato. Peggio ancora, quando un “owner” ha i cordoni lenti ma sceglie general manager “dalla triste figura”: maestro in tal senso è James Dolan, il “mogul” di Cablevision che a New York è riuscito nell’impresa di affondare due franchigie contemporaneamente: i Knicks ed i Rangers dell’hockey. Come ha fatto? Semplice, si è affidato a Glen Sather per i Rangers ed a Isiah Thomas per i Knicks, due disastri. E tra i canestri, spreco di milioni di dollari, monte stipendi più elevato dell’NBA nonostante OTTO stagioni sotto le 40 vittorie. Sta arrivando la nona.Secondo ingrediente verso il successo, un general manager con grande competenza sia per quanto riguarda il gioco del basket che per quanto riguarda le dinamiche del salary cap. Avere un GM che sa scegliere il talento ma non riesce a “firmare” gli atleti “in uscita” dal contratto è come curare un frutteto e lasciare che altri raccolgano le pesche mature. Avere un GM che invece sceglie Milicic invece di Wade, o Bouie invece di Jordan è un problema ancora peggiore.
Terzo ingrediente sono dei collaboratori di valore. Auerbach si affidava ad una fitta rete di amicizie che gli consentirono di trovare di volta in volta atleti talentuosi (da Russell e Sam Jones fino a Cowens e Bird), Ainge ha “scoperto” Rondo grazie al bistrattato dottor Niednagel e Powe grazie a Leo Papile. Ma altri collaboratori importanti sono gli allenatori che fanno “fruttare” il talento “immagazzinato”, ed in quest’ottica ai Celtics l’opera dei vari Kevin Eastman e Cliff Ray è ovviamente preziosissima. Senza dimenticare l'apporto di Tom Thibodeau, Armon Gilliam e Mike Longabardi, ovviamente.
Il quarto, ultimo ed importantissimo ingrediente è la fortuna. Puoi essere il più grande general manager del mondo ma se le “palline” della lotteria decidono di beffarti come accadde a Pitino nel 1995 e ad Ainge nel 2007, non ci sono santi, il campione di turno finirà altrove. E se invece la sfortuna si materializza sotto forma di infortuni ai tuoi giocatori, potrai aver costruito la più formidabile squadra della storia NBA, ma a vincere saranno altri. Ma la fortuna può arrivare anche inaspettata: alla fine degli anni ’70 tutti erano consci che Larry Bird sarebbe stato un ottimo giocatore, nessuno però si aspettava che diventasse uno dei più grandi di sempre. Del resto come si fa a prevedere il modo in cui un ragazzo di vent’anni reagirà al mondo del basket NBA? Come si fa a misurare la dedizione, la “fame”? E come si può capire se un corpo da Superman sarà in grado di sopportare i rigori del professionismo sportivo o se invece sarà vittima di gravi problemi fisici come è accaduto a Jonathan Bender? Ognuno usa i propri metodi e le proprie teorie, si vanno a guardare gli infortuni passati (vedi la “fuga” da Leon Powe al draft) la tendenza ad ingrassare (vedi la “fuga” da Glen Davis), l’apertura delle braccia, le risposte a dei quiz “psicologici” e persino lo studio del tipo di personalità. Nessun metodo per fortuna è infallibile, altrimenti la noia sarebbe mortale e non avremmo il Gilbert Arenas o il Kendrick Perkins a stupire tutti con la sua “esplosione”…
Apparentemente le strade percorribili da un GM sono due: la ricostruzione tramite le scelte, o la firma di uno o due free-agent di buon livello a rinforzare un nucleo già competitivo. I Lakers nel 1996 “asportarono” Shaquille O’Neal da Orlando, e di colpo diventarono una “contender” per approdare al titolo quattro anni dopo. La bravura di R.C. Buford degli Spurs si è palesata nelle scelte di Parker e Ginobili, ma bisogna ricordare che in precedenza Tim Duncan era arrivato solo con un colpo di fortuna nell’unica stagione in cui David Robinson aveva subito un serio infortunio e quindi San Antonio aveva potuto scegliere “alto”: se non è buona sorte questa... Ultimamente la trade della “pick” di Leandrinho Barbosa o la scelta del francese Ian Mahinmi (chiamato nel 2005, e a tutt’oggi protagonista di 23 minuti giocati complessivamente nell’NBA) hanno leggermente raffreddato gli entusiasmi nei confronti di Buford. La seconda strada, quella della “ricostruzione tramite scelte” finora ha mostrato parecchi limiti: spesso i giovani si “fanno le ossa” nelle squadre che li hanno “draftati” ma poi vanno a vincere altrove, nelle “piazze” in cui è già presente un’intelaiatura di un certo valore o in quelle che garantiscono loro contratti sostanziosi. Ed in qualche caso manager che hanno avuto a disposizione parecchie scelte alte (Jim Paxson a Chicago, ad esempio) alla fine le hanno spedite altrove per cercare di rafforzare la squadra, spesso con acquisizioni discutibili (proprio Paxson con Ben Wallace, per continuare con l’esempio).
Morale: se è difficile ricostruire una squadra facendone una “contender”, fare l’ultimo gradino fino al titolo è impresa veramente eccezionale: Joe Dumars nel 2003 girava con il libro dal titolo “From Good to Great” (“Da Buono a Ottimo”) sotto il braccio, e sembrò averlo imparato a memoria quando portò i Pistons alla vittoria nelle Finali dell’anno seguente. Ad inizio 2007 la rivista i redattori Jack Gage e Peter Schwartz della prestigiosa rivista di economia e finanza “Forbes” avevano tentato di identificare i migliori manager dello sport professionistico basandosi su tre parametri: la durata del loro incarico (indicatore di “longevità”), il miglioramento in termini di risultati sportivi se paragonato ai risultati passati della franchigia, il contenimento del monte salari rispetto alla media della lega.

L’NBA aveva piazzato tre GM nelle prime dieci posizioni: Kevin McHale dei T’wolves era primo, Billy King dei 76ers era terzo ed il Bull John Paxson decimo. A distanza di tre anni McHale e King sono stati “silurati” e Paxson è stato rimpiazzato da Gar Forman mantenendo un ruolo di “consigliere” nel classico “promoveatur ut amoveatur”. Ma la cosa che lascia più perplessi nella graduatoria di “Forbes” è vedere Danny Ainge al 92° posto, dieci posizioni più in basso di Isiah Thomas. La realtà è che è difficile valutare l’operato di un GM. Ha senso far ricadere tutta la colpa delle mancate vittorie di Minnesota su Kevin McHale, quando nel corso del suo mandato si è trovato “schiacciato” dal contrattone di Kevin Garnett e da un proprietario, Glen Taylor, affetto da “braccino”? Quante delle colpe per i mancati risultati dei Celtics ricadono su M.L. Carr, Pitino e Wallace, e quante su Paul Gaston? E dopo quanti anni è possibile stilare un giudizio coerente sull’operato di un manager? Alla fine del campionato 2007 in molti si facevano beffe di Danny Ainge, mentre un anno dopo teneva stretto in pugno il trofeo NBA e quello di miglior “Executive” della stagione.Evidentemente quelli di Gage e Schwartz non erano i parametri adatti. Per valutare l'operato di un general manager è più corretto considerare la situazione giocatori/contratti al suo arrivo, le scelte al draft in funzione delle “chiamate” a disposizione, la gestione del monte stipendi ed, in subordine, le “trade”. Non che gli scambi di mercato siano meno importanti, ma come fanno i grandi giocatori di scacchi, i migliori GM a volte li usano in una politica dei “piccoli passi” per arrivare a movimenti importanti. Sono però parametri soggettivi, difficilmente riconducibili ad indicatori numerici. Un esempio fra tutti: l’apparentemente inutile acquisizione di Theo Ratliff da Portland nel 2006 risultò determinante un anno dopo quando il contratto in scadenza del giocatore divenne estremamente appetitoso per Minnesota nella trade di Garnett. Nonostante i tifosi fatichino a crederlo, i risultati del campo sono uno dei fattori meno importanti nella valutazione di un manager. Chiaro, il bravo “executive” cerca sempre la botte piena e la moglie ubriaca, coniugando la costruzione di una squadra con risultati che attirino i tifosi sugli spalti, ma se – come ai Celtics nel 2007 – vengono a mancare per infortunio tutti i migliori atleti, un record da 24 vittorie e 58 sconfitte non indica necessariamente che il lavoro del GM sia stato scadente.
Una delle accuse mosse in passato ad Ainge era stata quella di essersi voluto liberare di Antoine Walker ricevendo in cambio una contropartita di minor valore. Queste accuse non erano poi così “fuori bersaglio”, ma non tenevano conto dell’effetto “cattiva attitudine”: quanti sono gli allenatori o i GM che, non appena insediatisi, hanno preferito liberarsi delle stelle della squadra che esercitavano il loro potere all’interno dello spogliatoio? D’Antoni con Marbury, John Paxson e Vinny Del Negro con Ben Wallace sono solo due delle decine di casi perché – come dice Joe Dumars – “a volte è necessario disfare una squadra e ricostruirla priva di quel sapore di sconfitta, quella mentalità sbagliata che si è radicata nel tempo”.
Come ha cambiato Danny Ainge il modo di interpretare il lavoro del manager, con la sua “guerra lampo” dell’estate 2007? In realtà non ha fatto qualcosa di totalmente nuovo: la raccolta di “asset” da utilizzare per arrivare a giocatori di spicco “in rotta” con le rispettive franchigie era già stata fatta molte volte in passato, ad esempio da Pat Riley e gli Heat quando arrivarono a "Shaq" nel luglio del 2004. Pure la gestione “illuminata” del salary cap (reso “flessibile” dalla presenza di contratti di “taglia” diversa e con l’invitante presenza degli 11,6 milioni di dollari in scadenza del contratto di Ratliff) è qualcosa di già visto in passato nell’NBA, anche se raramente con la stessa perizia mostrata dal “rosso”. Quello che nessuno era riuscito a fare prima, è stato ottenere DUE All Star nel giro di due mesi sfruttando i processi di ricostruzione altrui. Ma il futuro è già domani: come gestirà Ainge il naturale declino dei Big Three? Li onorerà rendendo i Celtics un “cimitero degli elefanti” come aveva fatto Dave Gavitt con Bird, MHale e Parish, o ricostruirà cedendoli a squadre a caccia del titolo in modo da assicurarsi il massimo possibile in termini di scelte? Se dovessimo trarre qualche indicazione dal passato, dalle partenze di Walker, Posey e Powe traspare un atteggiamento diametralmente opposto a quello di Gavitt: un “Celtics first” che può fare male ai tifosi ma è l’unico modo per garantire una ricostruzione più veloce dei 10/15 anni del post-Bird. Saranno capaci i tifosi biancoverdi di capire e apprezzare gli sforzi (peraltro ben retribuiti) del general manager che ha riportato i Celtics nelle poltrone che contano anche se questo dovesse significare cedere uno dei nostri “leoni d’inverno”? A guardare al passato verrebbe da dire di no…





Commenti
questo NON fa parte della categoria.
Quanto all'ultimo pensiero di Fabio, sono aperte le scommesse sul futuro di Ray Allen, indipendentemente dal risultato che riusciremo a ottenere in questo 2010.
Lo dico a malinquore però la ricostruzione parte dalla cessione di Ray Allen e badate bene che se Ainge non farà così è molto probabile che se non saranno 22 anni poco ci mancherà per rivedere un altro stendardo appeso al soffitto del Garden.
Ad ogni modo come dice bene Fabio nell'ottimo articolo, Ainge ha dimostrato nel recente caso Powe non non badare troppo ai sentimentalismi (e questo per chi dirige una squadra è aspetto a dir poco fondamentale), quindi sono sicruo che farà il massimo per il bene dei Celtics, calcolando le variabili che dipendono da lui...chiaramente se poi si infortuna una all-star ad ogni playoff, scambi come quello di Gasol da Memphis a LA diventano frequenti per le altre squadre, o altri episodi chiaramente non riconducibili all'operato del nostro GM, beh allora potremo metterci il cuore in pace.
La combinazione di un buon GM e' un misto di conoscenza del gioco e dei giocatori, disponibilita' salariale della proprieta', fattore caso legato alle scelte del draft. Credo che Ainge sia il meglio sulla piazza da questo punto di vista insieme a Buford.
Vedo che la strategia di costruire la squadra con scelte alte senza spremersi con free agent costosi sta portando ottimi frutti a Portland e Oklahoma dove stanno nascendo le squadre del futuro prossimo della NBA.
In pratica questo declino secondo me ha iniziato a gestirlo nell'estate 07 con il rinnovo triennale di KG allineato a quello di Pierce. Ad oggi l'estate 2012 rappresenta il punto zero, degli attuali giocatori sotto contratto c'è solo Rondo, e anche volendo mettersi a smontare prima la squadra, non cambierebbe nulla di una virgola, quindi credo che fino al 30 giugno 2012 si va così, da li si vedrà, considerate che in definitiva mancano due anni e non secoli.
Citazione Alberto:
Alberto una trade entro febbraio con Ray Allen coinvolto significherebbe l'addio alla lotta per il titolo (a meno che non venga ceduto, subito tagliato e reintegrato a Boston dopo 30 giorni), e sarebbe assurdo, perchè la firma di Rondo ha ammazzato il cap per la prossima estate indipendentemente dalla scadenza di Ray, quindi la cessione di Ray avrebbe il duplice pessimo effetto di non lottare per il titolo e allo stesso tempo di non poter far nulla sul mercato. E poi in un momento di crisi come questo, dove tutti cercano contratti in scadenza cosa si pensa di ricavarci dalla cessione di Ray Allen ? una scelta al draft da metà giro in poi non ci serve, giocatori peggio di lui meno ancora. Che piaccia o meno questa squadra fino al 2012 sarà legata a questo gruppo (tant'è che anche Wallace è stato firmato fino a li), e anche a disfarsi di qualche pezzo in precedenza non cambierebbe nulla.
Casomai il discorso su Ray Allen verte in sede di rinnovo la prossima estate, lui gioca al massimo salariale o giù di li da 10 anni, e se non ha pretese assurde (più come lunghezza che come importo) io credo che il rinnovo scatterà.
Io però non capisco tutta questa voglia di andare a rifondare che talvolta emerge in certi pareri, siamo una squadra in lotta per il titolo, in una lega che ormai vive in finestre temporali di tre anni, non possiamo iniziare a pensare ai draft (poi capirai con la fortuna che ci assiste a noi in sede di lotterie), adesso si pensa al titolo e basta, il fatto che siamo in lotta per il titolo e tra due anni abbiamo il cap svuotato, è già di per se sintomo di grande lungimiranza e pianificazione di uno staff dirigenziale secondo a pochi in questa lega.
Voglio anche ricordare una cosa, ossia che le rifondazioni drastiche non portano da nessuna parte, basti vedere cosa combinano i Warriors da 15 anni e i Bulls da 10, ossia zero di zero. Negli ultimi 20 anni l'unica prima scelta assoluta a vincere il titolo nella franchigia dove è stata scelta è Tim Duncan (Shaq e Glen Robinson l'hanno vinto in altre squadre), mentre nel decennio precedente (79-89 eranao stati ben tre (Magic, Olajuwon e David Robinson) e questo è un sintomo chiaro che ad oggi è impossibile ricostruire solo dal draft, una ricostruzione ha bisogno di altre componenti organizzative, e in alcune di queste componenti Boston sarà comunque all'avanguardia, perchè se le magate di Ainge del 2007 sono state tali è anche perchè negli anni precedenti sono state poste delle basi solide, un grande staff tecnico (anche se allora non sembrava tale) credo che Thibodeau e Armond Hill sono migliori di 10-15 Head Coach attualmente in NBA, un insieme di regole comportamentali estese a tutti, collaboratori a 360 gradi, la scelte conseguenziale di stare alla larga da giocatori di talento ma problematici da gestire, scout competentissimi, psicologi, assistenti specifici (Ray per i lunghi, Easteman per il tiro), tutte cose che ci saranno anche quando si ricostruirà.
E sarà si importante la scelta (non solo al draft) dei giocatori, ma l'inserire dei giovani in un contesto così solido (cosa che ai Bulls si sognano ad esempio) sarà subito di grande aiuto.
Poi come detto si passerà per i draft, ma attenzione negli ultimi anni salvo le stellissime, si possono fare grandi colpi anche più in basso, ormai il panorama NCAA è molto nebbioso, succede così che autentici flop vanno altissimi e gente come DeJuan Blair, Mario Chalmers, Chris Douglas Roberts, Paul Milsapp, Marc Gasol, Ryan Gomes, Leon Powe, Monta Ellis, Luois Williams va al secondo giro, quindi si può lavorare bene anche senza dover far stagioni a perdere 60 partite. E la butto li se i mock draft 2010 attuali saranno confermati io un bel pensierino su Lance Stephenson ce lo farei subito.
Io Credo che Ainge fino al 2012 va con questo roster anche perchè anche mettendosi a smontarlo non cambierebbe nulla, e a quel punto avrà tantissima flessibilità salariale (immagino che per allora sarà rifirmato Perkins) per spendere bene sui Free Agent e dai draft farà il suo solito gran lavoro, e appoggiando tutto sulle solide basi organizzative messe insieme in questi anni, sono convinto che i Celtics non staranno lontani a lungo dai playoff. I Celtics nel 2012 saranno sicuramente nelle condizioni di offrire un contratto al massimo salariale (Carmelo Anthony è FA in quella data e avrà 29 anni), e forse anche un altro di media entità 8-10 M$.
Poi per rivincere il titolo servirà un giocatore di quelli speciali (alla Garnett) e li oltre alle doti di Ainge servirà anche saper sfruttare le eventuali occasioni che il mercato offrirà, perchè in quei casi serve essere veramente l'uomo giusto al momento giusto.
Io mi trovo più vicino alla linea di pensiero di ainge rispetto a quella di Gavitt. i campioni passano ma i celtics restano. noo mi va di aspettare altri 22 anni x vincere ancora. sarei troppo vecchio...
Poi se verrà rifirmato a cifre "basse" e quindi diventerà un lusso allora sarò il primo ad esultare però di una cosa sono certo e che cioè i Big Three con questo contorno, e visti i loro contratti sarà difficile tenerli aggiungendo merce fresca e buona, non possono lottare per il titolo anche per la prossima stagione semplicemente per una questione di anagrafe e infortuni.
Siamo legati troppo a questo fattore che da due anni a questa parte sta incidendo sulle nostre fortune.
Insomma ogni anno dobbiamo sempre sperare che gli DEI del basket ci conservino sani per poter ambire alla conquista del titolo.
Credo che Ainge ne sia ben consapevole e si muoverà, qualora ci saranno le giuste condizioni, per fare del bene alla squadra e renderla sempre competitiva per i massimi traguardi.
In fondo Danny da quando si è insediato ha sempre guardato a questo aspetto, che è fondamentale per un ottimo GM, e alla fine il 17° banner lo ha portato lui con le sue mosse.
Alberto ma questo è un discorso che vale per tutti, se si fa male Kobe (che giova ricordarlo ha gli stessi anni di PP e 160 gare NBA in più sul groppone) i Lkaers sono fuori gioco, se si fa male LeBron Cleveland vince la lotteria invece che l'NBA, se si male D12 Orlando non passa un turno di PO.
Anzi da questo punto di vita la sopravvivenza della scorsa stagione senza Garnett aveva del miracoloso (ricordiamoci sempre che a metà terzo quarto di gara 6 con Orlando eravamo sopra quasi di dieci e poi ci sono finite le gambe, ma eravamo ad un soffio dall'eliminare la futura finalista senza il nostro miglior giocatore e il suo cambio). Spesso i titoli li vicnono che non ha infortuni ai playoff, ad esempio nel 2003, nella serie di secondo turno tra Kings e Mavs, si fece male Webber e Dallas passò, al turno dopo si fece male Nowitzki e San Antonio che alla fine aveva tutti sani vinse l'Ovesto forse più forte dell'ultimo ventennio.
Non ci facciamo prendere dai malumori delle due brutte sconfitte con Clippers e Warriors, in fin dei conti sei giorni fa abbiamo sbancato di pura arroganza la casa di una diretta concorrente senza Pierce, oggi a Boston è ora di pensare al titolo e non a rifondare, per di più Ainge ha pianificato tutto in modo che tra due anni e mezzo potremo fare la voce grossa sul mercato, con il grande vantaggio di non dover andare a svenarci per play e pivot (Perkins e Rondo direi sono le basi) che sono quei giocatori che tendi sempre a strapagare per la mancanza di qualità nel ruolo. Ripeto geniale Ainge, perchè di solito le squadre in lotta per il titolo hanno il cap del lustro successivo totalmente privo di flessibilità.
I nostri Big invece hanno tutti avuto infortuni seri in carriera e l'età è troppo avanti.
Quello che voglio dire è che noi per vincere il titolo (e non parlo di quest'anno che considero l'ultimo ballo dei BigThree insieme) abbiamo necessità che i 3 "vecchietti" restino sani, anche perchè Rondo e Perk a parte il resto della ciurma è composto da gente vecchia, mentre i Lakers hanno Gasol (giovane), Bynum (molto giovane e futuribile) e Artest (una roccia) quindi meno probabilità rispetto a noi che si infortuni un loro giocatore importante.
Comunque dai speriamo che la sfiga chiuda gli occhi su di noi e che ce la possiamo giocare alla pari in modo che a vincere sarà certamente il migliore e non chi ha avuto meno sfiga dell'altro.
Poi il prossimo anno staremo a vedere e visti i free agent che circoleranno più di un pensiero per la ricostruzione ce lo farei.
Si diceva lo stesso anche di Kg fino allo scorso febbraio ossia che la sua "leggerezza" e il fatto che non accumulasse peso lo preservasse da infortuni, poi sappiamo come è andata. Sui piccoli guai muscolari magari qualcosa si può prevedere, sul resto diciamo che ci vuole fortuna indipendentemente dall'età, basta vedere Oden che si è rotto un crociato e la rotula in due anni, e non ha di certo 30 anni.
A Los Angeles se si fa male Kobe, sono fuori gioco, Gasol è bravissimo e non lo nego, ma Bynum per ora è più un problema che altro (leggi difese sul pick n'roll), e Artest se lo metti a fare il trascinatore come a Sacramento fa più danni della grandine.
La verità è che qualsiasi squadra se ai playoff ci arriva con uno dei primi 2-3 giocatori infortunati, è fuori gioco.
Poi è chiaro che gli errori di valutazione dei GM sono stati decine (clamoroso e imperdonabile Milicic scelto al posto di Wade, Anthony, Bosh o Kaman) e ci sono stati per tutti (nel 2003 Ainge preferì Banks a David West, Leandro Barbosa o Luke Ridnour), ma con il senno di poi è facile ragionare.
Il problema è che per vincere il titolo servono le stelle, quelle vere, in un numero superiore a una e, magari, a due e non è facile sceglierle al draft dove, se sei bravo davvero, indovini i buoni giocatori da quintetto se hai una scelta nelle prime quindici, dopodichè devi essere un genio alla Ainge per scovare i Rondo, Perkins, West e Gomes (però anche Portland nel 2004 prese il russo Monja invece del pari ruolo Kevin Martin e Ariza scese alla n. 43).
Ma fortuna è necessaria anche quando riesci a sceglierla la tua futura star, perchè deve restare in buona salute (vedi Oden); la strada alternativa delle trade è irta di tranelli e la componente fortuna è ugualmente necessaria (Gasol gratis, per esempio).
In assoluto, ritengo sia mediamente possibile portare una franchigia da essere molto perdente a una squadra da PO, come quest'anno OKC, mentre il salto successivo, cioè diventare una seria contender è molto più complesso perchè le dinamiche soprattutto salariali sono infinite e la flessibilità deve diventare l'obiettivo principale del progetto.
Ovvio che per puntare al titolo sia necessario entrare in territorio di luxury tax, ma questo ritengo che spaventi poco i proprietari di squadre che davvero puntano al titolo, mentre quelli che tutti vogliono evitare è diventare prigionieri di contratti lunghi e onerosi.
Per quanto mi riguarda, non è possibile ipotizzare con facilità il nostro futuro, perchè legato anche al rinnovo di Perkins nel 2011 e alla decisione di Pierce con la sua player option della prossima estate.
Credo che ad Ainge sia ben chiara la situazione "anagrafica" della nostra squadra e che se potesse fare qualcosa per "ringiovanire" mantenendoci lo status di "contender" lo farebbe (certo, se la "pedina" è Ray Allen non vedo chi potrebbe sostituirlo migliorando l'attuale roster, considerando anche che Ray, a parte i problemi passati alle caviglie, è quello più "sano" dei Big Three, almeno fino ad ora, e mi tocco mentre lo dico...)
Danny Ainge credo sarà meno "sentimentale" di altri in passato quando arriverà il momento di prendere decisioni importanti (credo che la vicenda Powe lo testimoni ampiamente) ma penso anche che in questo momento il nostro GM (o meglio, President of Basketball Operations!) stia cercando di capire se questo gruppo possa "tecnicamente" resistere ai vertici per altre due stagioni senza cambiare poco o nulla (il contratto di Sheed è quantomeno "sospetto" in questa direzione) o se il fattore "salute", sempre decisivo (e la nostra storia insegna), cominci a richiedere un ringiovanimento anticipato...
Mi trovo daccordo con quanto dice leo ossia la rifondazione parte nel 2012 ma avendo x alora il cap svuotato(fatti salvi i ragionamenti precedenti)non è mica detto che si debba aspettare x essere una contender.
P.S x me il sogno segreto di ainge(ma non penso solo il suo...)è quello di riuscire a portare il suo pupillo Kevin Durant. come svete detto in passato sarebbe stato l'unico a sceglierlo davanti a Oden
k-durant?sarebbe un sogno, il problema sarebbe inserirlo in squadra..
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