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“No wonder they call him Dirty Harry. Always get the shit-end of the stick”. (“Dirty Harry”/”Ispettore Callaghan: il caso ‘Scorpio’ è tuo”, 1971). Per l’ennesima volta Kevin Garnett ha fatto la figura del “giocatore sporco”: Carmelo Anthony, frustrato dalla serataccia che i Celtics stavano imponendo a lui ed ai suoi Knicks, sul parquet del Madison Square Garden ha pensato bene di far valere le sue ragioni a spintoni mentre il numero 5 dei Celtics indietreggiava, e dopo la partita ha tentato di raggiungerlo prima in spogliatoio e poi alla “fermata d’autobus” della squadra biancoverde.
E’ stato l’ennesimo episodio che ha visto interessato il “Big Ticket”, e testate più o meno attendibili hanno dato ampio spazio all’accaduto. La cosa singolare è che, mentre Garnett rifiutava il contatto con l’avversario sia in campo che fuori, gli è stato velocemente affibbiato il ruolo di “cattivo”: “ricordate come trattò Calderón e Villanueva”? “E la scontro con Pachulia”? “Ed il fallaccio a Hansbrough”?
Negli ultimi anni del resto abbiamo visto più di un tentativo di far passare Garnett come un “giocatore sporco”, ed allora è il caso di chiedersi quale sia il concetto di “sporco” per gli standard odierni. Il significato di questa parola in ambito NBA ha subìto un radicale mutamento negli ultimi sessant’anni: se è vero che nei campionati dei primordi la “gomitata in bocca” era piuttosto frequente (ed a riprova vi erano le scatole che all’entrata dello spogliatoio raccoglievano le protesi dentarie dei cestisti), con il passare del tempo, l’imposizione dell’orologio dei 24 secondi ed il costante aumento dell’atletismo le gomitate sono diminuite, i match di pugilato si sono praticamente azzerati ed anche gli “spintonamenti” sono diventati rarissimi.
Nel 2006 fa avevo contestato apertamente un articolo del reporter Charly Rosen. Il grande amico di Phil Jackson era stato suo vice allenatore agli Albany Patroons ai tempi della CBA, ed io avevo commentato un suo articolo che poneva il Celtic Dave Cowens sul trono del giocatore più “sporco” di ogni tempo. Gli avevo fatto notare (anche in una mail privata) quanto fosse improbabile la sua analisi: se Cowens era il giocatore più sporco, come mai i suoi stessi avversari – allora erano i giocatori a decidere l’MVP della lega – lo avevano votato come migliore nel 1973? Nessuno voterebbe per un avversario “sporco”… Rosen, dopo aver (volutamente) scambiato l’eccessiva irruenza atletica del giocatore per cattiveria, ovviamente non aveva risposto e del resto non aveva “munizioni” da sparare nel momento in cui Cowens era riconosciuto sì come un grande combattente, ma anche come un giocatore che mai avrebbe fatto qualcosa che potesse mettere a repentaglio la carriera di un avversario.
La linea di demarcazione tra l’irruenza di Cowens ed il gioco sporco era apparsa ancor più chiaramente negli anni Ottanta, quelli in cui Bill Laimbeer era diventato l’avversario più odiato perché non si faceva scrupoli nel colpire gli avversari gratuitamente senza badare alle eventuali conseguenze sulla loro carriera. Mitch Albom, ottima penna di Detroit, al suo ritiro lo aveva salutato con un: “Bill Laimbeer, buon giocatore, fiero combattente, due titoli NBA, ha raccolto la sua montagna di disprezzo nel vecchio modo: meritandoselo tutto”. Il “discriminante” tra “duro” e “sporco” era dunque la volontà di danneggiare, di rischiare di accorciare una carriera. La singola gomitata o lo spintone ci stavano, il piede messo sotto al tiratore in sospensione o la spinta all’avversario lanciato a canestro no.
Negli ultimi vent’anni una ventata di “buonismo” ha sempre più caratterizzato le decisioni dell’NBA. In molti casi era giustificata dalla pericolosità degli interventi: far perdere l’equilibrio ad un giocatore di due metri per 100 chili lanciato a canestro poteva avere conseguenze catastrofiche per l’atleta, per lo spettacolo e per l’immagine della lega, ed anche episodi come “Malice at the Palace” sono stati alla base del varo di regole sempre più restrittive sul comportamento degli atleti: divieto di contatto, divieto di lasciare la panchina nel caso di rissa, obbligo di lasciare velocemente il campo dopo un’espulsione, eccetera eccetera.
Ma il basket rimane sport di contatto e, nonostante la crescente incidenza del tiro da tre punti, le zone dipinte rimangono quelle in cui si decidono le partite. Come dei moderni assedi, devi conquistare il “castello nemico” ed evitare che gli avversari conquistino il tuo. Ecco quindi che è logico e naturale che ci siano falli duri, che ci siano spinte e trattenute, che si cerchino i piccoli vantaggi che possono garantire quei centimetri che – parafrasando Al Pacino – sono intorno a noi e, se raccolti, ci daranno la vittoria.
Ecco quindi che da un po' di tempo circola l’idea che il “Big Ticket” sia un giocatore “sporco” o, peggio, uno che non si fa scrupoli ad usare ogni trucco – lecito o meno – pur di prendersi qualche vantaggio sugli avversari. Eppure, nonostante segua tutte le partite dei Celtics, non gli ho mai visto commettere un fallo “terminale”. Anzi, ne ha subìti spesso, come le gomitate che gli hanno provocato tagli in faccia (almeno tre in sei stagioni scarse), il fallaccio di Udonis Haslem con conseguenti flessioni sulle nocche o la “spianata” di Kris Humphries che ha provocato la reazione di Rajon Rondo.
Ogni sera Garnett si trova di fronte ad avversari che gli rendono chili e centimetri e che –come è naturale – cercano di approfittare del vantaggio, eppure il “giocatore sporco” sarebbe lui. Nei playoffs 2010 Joakim Noah commentò così l’espulsione di Garnett contro Miami nella prima partita della serie con Miami: “Sventola sempre i gomiti. Una cosa è essere competitivi, un’altra è giocare sporco. Lui gioca sporco”. Singolare che solo 12 mesi dopo, in una sorta di contrappasso dantesco, lo stesso Noah sia finito all’indice dei Pacers quando Danny Granger dichiarò che il centro dei Bulls era un giocatore “sporco”, e Josh McRoberts – espulso per un fallo di reazione – rincarò la dose: “eravamo su un lato del canestro e lui mi ha sparato una gomitata alla gola”.
Torniamo ai giorni nostri: il presunto riferimento di “KG” alla signora Lala, compagna di Carmelo Anthony, come una creatura dal sapore di miele e noci può aver dato giustamente fastidio al Knick, ma non ne giustifica le reazioni verbali e soprattutto la ricerca della vendetta personale nel dopo-partita. Melo avrebbe potuto rispondere con qualche dotta dissertazione sul sapore della dolcissima Brandi: sarebbe stato altrettanto di cattivo gusto, ma quanto meno la cosa si sarebbe fermata lì. Ed invece “Melo” ha reagito come abbiamo sentito, tentando di raggiungere Garnett prima negli spogliatoi e poi sull’autobus.
Se è lampante che il numero 5 quando è in campo non sia un modello di classe, è altrettanto chiaro che una cosa è il “trash-talk”, un’altra l’aggressione fisica. Nessuno vuol far passare l’idea che Kevin Garnett sia un santo. E’ sempre stato un “vincente” ed è chiaro che per arrivare al successo farebbe (quasi) qualsiasi cosa. Non c’è poi dubbio che il centro bostoniano ami il “trash talking”, la forma di provocazione sul campo che ai Celtics ha avuto in Larry Bird un grande interprete ma che – quando non sorretta da una congrua dose di ironia e di intelligenza – rischia di cadere nell’offesa volgare.
“La calunnia è un venticello”… lo dici una volta, lo dici due volte, la terza volta tutti sono d’accordo che Garnett giochi sporco. E dopo Villanueva e Noah questa è la volta di Anthony di cercare di approfittarne, e se una gomitata sono loro ad ammollarla (o Humphries, o chiunque altro) la giustificazione sarà semplice “perché mi aveva guardato storto”. Tanto, ormai è risaputo che “lui” gioca sporco…
Ecco spiegata la reazione di “Doc” Rivers: “Sapete come funzionano queste cose: un giocatore fa qualcosa di stupido e l’unico modo per uscirne è dire ‘beh, lui mi ha detto questo’. Accade spesso, e ciò che mi fa arrabbiare è che tutta questa storia non riguarda Kevin Garnett…ma viene trattata come se riguardasse solo lui”.
Il numero 5 non è una mammoletta, ma bisogna distinguere: se lo si accusa di atteggiamenti eccessivi, a volte irritanti o di trash talking “coatto”, le accuse hanno più che un fondamento di verità perchè ha sempre espresso le proprie emozioni in modo chiaro, a volte esagerato ed imbarazzante. Ma se lo si accusa di giocare “sporco”, allora si commette un facile (furbo?) errore, un po’ come Rosen aveva voluto fare con Cowens: si usa un chiaro difetto del giocatore per insinuarne un altro ben più grave e con la ripetizione si finisce per piantarlo nella mente dei tifosi come dato di fatto.
Eppure per conoscere la verità sarebbe sufficiente raccogliere gli episodi di falli terminali commessi e subìti da ogni giocatore e notare con sorpresa che “Il Bigliettone” è stato spesso “steso come un manifesto” ed il bilancio “falli terminali fatti/subiti” è clamorosamente a suo sfavore. Invece è molto più divertente insinuare che Metta World Peace e Kevin Garnett siano lo stesso tipo di giocatore.
La soluzione impossibile? Far provare a Noah o ad Anthony dieci minuti sotto canestro in uno contro uno rispettivamente assieme a Kevin McHale e Larry Bird: un volontario tira a canestro e chi prende più rimbalzi si aggiudica mezzo milione di dollari. A cinquantacinque anni sono sicuro che il numero 32 ed il numero 33 potrebbero far capire ai due “giovincelli” la differenza che passa tra “duro” e “sporco”.
Non è più l’NBA dei nostri padri, ma forse non è nemmeno l’NBA che vorremmo per i nostri figli…
E’ stato l’ennesimo episodio che ha visto interessato il “Big Ticket”, e testate più o meno attendibili hanno dato ampio spazio all’accaduto. La cosa singolare è che, mentre Garnett rifiutava il contatto con l’avversario sia in campo che fuori, gli è stato velocemente affibbiato il ruolo di “cattivo”: “ricordate come trattò Calderón e Villanueva”? “E la scontro con Pachulia”? “Ed il fallaccio a Hansbrough”?
Negli ultimi anni del resto abbiamo visto più di un tentativo di far passare Garnett come un “giocatore sporco”, ed allora è il caso di chiedersi quale sia il concetto di “sporco” per gli standard odierni. Il significato di questa parola in ambito NBA ha subìto un radicale mutamento negli ultimi sessant’anni: se è vero che nei campionati dei primordi la “gomitata in bocca” era piuttosto frequente (ed a riprova vi erano le scatole che all’entrata dello spogliatoio raccoglievano le protesi dentarie dei cestisti), con il passare del tempo, l’imposizione dell’orologio dei 24 secondi ed il costante aumento dell’atletismo le gomitate sono diminuite, i match di pugilato si sono praticamente azzerati ed anche gli “spintonamenti” sono diventati rarissimi.Nel 2006 fa avevo contestato apertamente un articolo del reporter Charly Rosen. Il grande amico di Phil Jackson era stato suo vice allenatore agli Albany Patroons ai tempi della CBA, ed io avevo commentato un suo articolo che poneva il Celtic Dave Cowens sul trono del giocatore più “sporco” di ogni tempo. Gli avevo fatto notare (anche in una mail privata) quanto fosse improbabile la sua analisi: se Cowens era il giocatore più sporco, come mai i suoi stessi avversari – allora erano i giocatori a decidere l’MVP della lega – lo avevano votato come migliore nel 1973? Nessuno voterebbe per un avversario “sporco”… Rosen, dopo aver (volutamente) scambiato l’eccessiva irruenza atletica del giocatore per cattiveria, ovviamente non aveva risposto e del resto non aveva “munizioni” da sparare nel momento in cui Cowens era riconosciuto sì come un grande combattente, ma anche come un giocatore che mai avrebbe fatto qualcosa che potesse mettere a repentaglio la carriera di un avversario.
La linea di demarcazione tra l’irruenza di Cowens ed il gioco sporco era apparsa ancor più chiaramente negli anni Ottanta, quelli in cui Bill Laimbeer era diventato l’avversario più odiato perché non si faceva scrupoli nel colpire gli avversari gratuitamente senza badare alle eventuali conseguenze sulla loro carriera. Mitch Albom, ottima penna di Detroit, al suo ritiro lo aveva salutato con un: “Bill Laimbeer, buon giocatore, fiero combattente, due titoli NBA, ha raccolto la sua montagna di disprezzo nel vecchio modo: meritandoselo tutto”. Il “discriminante” tra “duro” e “sporco” era dunque la volontà di danneggiare, di rischiare di accorciare una carriera. La singola gomitata o lo spintone ci stavano, il piede messo sotto al tiratore in sospensione o la spinta all’avversario lanciato a canestro no.Negli ultimi vent’anni una ventata di “buonismo” ha sempre più caratterizzato le decisioni dell’NBA. In molti casi era giustificata dalla pericolosità degli interventi: far perdere l’equilibrio ad un giocatore di due metri per 100 chili lanciato a canestro poteva avere conseguenze catastrofiche per l’atleta, per lo spettacolo e per l’immagine della lega, ed anche episodi come “Malice at the Palace” sono stati alla base del varo di regole sempre più restrittive sul comportamento degli atleti: divieto di contatto, divieto di lasciare la panchina nel caso di rissa, obbligo di lasciare velocemente il campo dopo un’espulsione, eccetera eccetera.
Ma il basket rimane sport di contatto e, nonostante la crescente incidenza del tiro da tre punti, le zone dipinte rimangono quelle in cui si decidono le partite. Come dei moderni assedi, devi conquistare il “castello nemico” ed evitare che gli avversari conquistino il tuo. Ecco quindi che è logico e naturale che ci siano falli duri, che ci siano spinte e trattenute, che si cerchino i piccoli vantaggi che possono garantire quei centimetri che – parafrasando Al Pacino – sono intorno a noi e, se raccolti, ci daranno la vittoria.Ecco quindi che da un po' di tempo circola l’idea che il “Big Ticket” sia un giocatore “sporco” o, peggio, uno che non si fa scrupoli ad usare ogni trucco – lecito o meno – pur di prendersi qualche vantaggio sugli avversari. Eppure, nonostante segua tutte le partite dei Celtics, non gli ho mai visto commettere un fallo “terminale”. Anzi, ne ha subìti spesso, come le gomitate che gli hanno provocato tagli in faccia (almeno tre in sei stagioni scarse), il fallaccio di Udonis Haslem con conseguenti flessioni sulle nocche o la “spianata” di Kris Humphries che ha provocato la reazione di Rajon Rondo.
Ogni sera Garnett si trova di fronte ad avversari che gli rendono chili e centimetri e che –come è naturale – cercano di approfittare del vantaggio, eppure il “giocatore sporco” sarebbe lui. Nei playoffs 2010 Joakim Noah commentò così l’espulsione di Garnett contro Miami nella prima partita della serie con Miami: “Sventola sempre i gomiti. Una cosa è essere competitivi, un’altra è giocare sporco. Lui gioca sporco”. Singolare che solo 12 mesi dopo, in una sorta di contrappasso dantesco, lo stesso Noah sia finito all’indice dei Pacers quando Danny Granger dichiarò che il centro dei Bulls era un giocatore “sporco”, e Josh McRoberts – espulso per un fallo di reazione – rincarò la dose: “eravamo su un lato del canestro e lui mi ha sparato una gomitata alla gola”.
Torniamo ai giorni nostri: il presunto riferimento di “KG” alla signora Lala, compagna di Carmelo Anthony, come una creatura dal sapore di miele e noci può aver dato giustamente fastidio al Knick, ma non ne giustifica le reazioni verbali e soprattutto la ricerca della vendetta personale nel dopo-partita. Melo avrebbe potuto rispondere con qualche dotta dissertazione sul sapore della dolcissima Brandi: sarebbe stato altrettanto di cattivo gusto, ma quanto meno la cosa si sarebbe fermata lì. Ed invece “Melo” ha reagito come abbiamo sentito, tentando di raggiungere Garnett prima negli spogliatoi e poi sull’autobus. Se è lampante che il numero 5 quando è in campo non sia un modello di classe, è altrettanto chiaro che una cosa è il “trash-talk”, un’altra l’aggressione fisica. Nessuno vuol far passare l’idea che Kevin Garnett sia un santo. E’ sempre stato un “vincente” ed è chiaro che per arrivare al successo farebbe (quasi) qualsiasi cosa. Non c’è poi dubbio che il centro bostoniano ami il “trash talking”, la forma di provocazione sul campo che ai Celtics ha avuto in Larry Bird un grande interprete ma che – quando non sorretta da una congrua dose di ironia e di intelligenza – rischia di cadere nell’offesa volgare.
“La calunnia è un venticello”… lo dici una volta, lo dici due volte, la terza volta tutti sono d’accordo che Garnett giochi sporco. E dopo Villanueva e Noah questa è la volta di Anthony di cercare di approfittarne, e se una gomitata sono loro ad ammollarla (o Humphries, o chiunque altro) la giustificazione sarà semplice “perché mi aveva guardato storto”. Tanto, ormai è risaputo che “lui” gioca sporco…
Ecco spiegata la reazione di “Doc” Rivers: “Sapete come funzionano queste cose: un giocatore fa qualcosa di stupido e l’unico modo per uscirne è dire ‘beh, lui mi ha detto questo’. Accade spesso, e ciò che mi fa arrabbiare è che tutta questa storia non riguarda Kevin Garnett…ma viene trattata come se riguardasse solo lui”.
Il numero 5 non è una mammoletta, ma bisogna distinguere: se lo si accusa di atteggiamenti eccessivi, a volte irritanti o di trash talking “coatto”, le accuse hanno più che un fondamento di verità perchè ha sempre espresso le proprie emozioni in modo chiaro, a volte esagerato ed imbarazzante. Ma se lo si accusa di giocare “sporco”, allora si commette un facile (furbo?) errore, un po’ come Rosen aveva voluto fare con Cowens: si usa un chiaro difetto del giocatore per insinuarne un altro ben più grave e con la ripetizione si finisce per piantarlo nella mente dei tifosi come dato di fatto.Eppure per conoscere la verità sarebbe sufficiente raccogliere gli episodi di falli terminali commessi e subìti da ogni giocatore e notare con sorpresa che “Il Bigliettone” è stato spesso “steso come un manifesto” ed il bilancio “falli terminali fatti/subiti” è clamorosamente a suo sfavore. Invece è molto più divertente insinuare che Metta World Peace e Kevin Garnett siano lo stesso tipo di giocatore.
La soluzione impossibile? Far provare a Noah o ad Anthony dieci minuti sotto canestro in uno contro uno rispettivamente assieme a Kevin McHale e Larry Bird: un volontario tira a canestro e chi prende più rimbalzi si aggiudica mezzo milione di dollari. A cinquantacinque anni sono sicuro che il numero 32 ed il numero 33 potrebbero far capire ai due “giovincelli” la differenza che passa tra “duro” e “sporco”.
Non è più l’NBA dei nostri padri, ma forse non è nemmeno l’NBA che vorremmo per i nostri figli…




Commenti
Quindi, in estrema sintesi, sono d'accordissimo con Fabio che questa fama sia assolutamente gratuita ed ingiustificata a patto di non saper o voler distinguere il fallaccio dal trashtalk.
Il trashtalk non piace più? Va contro gli interessi della lega? Non e' civile e politicamente corretto come la lega vorrebbe essere? Bene, facciano delle regole come hanno fatto per evitare i falli o proteggere gli arbitri e semplicemente lo aboliscano a colpi di tecnico.
Semplice.
Altrimenti inutile fare il balletto inseguendo questo e quello, tutte le maledette domeniche ci saranno decine di Lala dai gusti più disparati...
Cribbio Fabio, a parte il pregevole articolo, con questa frase finale dopo tutto il ragionamento fatto, mi fai pensare a tutto il mondo che sta cambiando, al fatto che i nostri figli vivono in un mondo standardizzato in cui per equiparare tutti ci si stanno appiattendo verso il basso pur avendo a disposizione mezzi e possibilità infinitamente superiori a quelle della nostra generazione ... vabbè non voglio scadere in politica o parapolitica, ma per me non valorizzare le qualità e caratteristiche individuali non può che essere un male, ed allora penso a KG.
Un personaggio come KG non può non esistere, per me è il basket nell'essenza che intendo ed è un esempio; grandissimo in campo, difensore determinato, team oriented, cattiveria agonistica, trascinatore, spirito di sacrificio, etica del lavoro ... è insomma quello che avrei voluto essere io e che vorrei fossero i miei figli ovviamente adattando atteggiamenti e comportamenti alla situazione ... e magari con un po' più di educazione ...
Invece L'NBA e chi vi gira intorno vuole farci ammirare personaggi assolutamente insipidi come ad esempio Howard, Wiiliams o lo stesso Melo pieni di talento ma umanamente poveri, da cui non riesci a capire che per arrivare devi fare sacrifici e devi coinvolgere il gruppo, e che esistono regole e gerarchie.
Quindi ben vengano i KG o i Duncan o cambiando tipologia i Rose, grandi campioni molto concreti e poco buffoni, che da un giorno all'altro si trovano dalla fame a contratti milionari ma non perdono completamente di vista la realtà e dimostrano quotidianamente un'etica del lavoro ed uno spirito di sacrificio che sono un esempio per i nostri figli (ed anche per noi).
Lunedì 14 Gennaio, ore 19.30, www.ryar.net
Come evidenziato nell'articolo e negli interventi precedenti, l'NBA sta cambiando e si sta evolvendo. Si cerca di creare un ambiente sterile, ovattato e protetto dove le famiglie possano accedere senza problemi.
Il che è logico pensando che le famiglie portano un sacco di soldi. Non è detto sia necessariamente un male, ma va ricordato che il bacino da cui pesca a piene mani l'NBA per il parco giocatori non è quello della "buona e sana" (oddio ...) borghesia, ma la giungla della disperazione dei ghetti. I leoni vengono lavati a secco nel college ma sempre leoni rimangono, cosa dovrebbe fare un combattente sul campo di battaglia? Combatte.
Questo fa KG sul campo di gioco ad ogni singolo istante, combatte. Contemporaneamente però deve anche essere un modello per i bambini, le famiglie e per tutti quelli che comprano magliette e gadget vari, Garnett non è quel tipo di giocatore, non è "sorriso a 75 denti" Dwight Howard. È quello che quando Rayray mette in piedi lo spettacolo del "volemose bene" non lo degna di uno sguardo, ma è anche quello che abbraccia Kevin McHale fregandosene del dove e quando.
Garnett è sempre e comunque se stesso, ed è facile (e comodo) scambiare la sua vis agonistica per gioco sporco.
“Sapete come funzionano queste cose: un giocatore fa qualcosa di stupido e l’unico modo per uscirne è dire ‘beh, lui mi ha detto questo’. Accade spesso, e ciò che mi fa arrabbiare è che tutta questa storia non riguarda Kevin Garnett…ma viene trattata come se riguardasse solo lui”.
...che è un po' quello che fanno i bambini delle elementari quando la maestra li sgrida: danno la colpa a quello più "discolo".
Villanueva dà fuori di matto perchè Garnett gli dice "hai il cancro" e tutti ad annuire "eh, però ha fatto bene, non si scherza su queste cose"...peraltro la frase in oggetto l'avrebbe sentita solo Villanueva, ma a chi interessa: è stato KG, e tanto basta. Lo stesso per la pantomima di Anthony e le presuntissime offese alla fidanzata, sempre ovviamente ascoltate solo da lui e considerate vere a prescindere perchè l'ha detto Garnett. A parte che se per ogni insulto a madri e mogli dovesse partire una rissa ho idea che nella NBA finirebbe una partita su 50...
Tra l'altro, vi immaginate la reazione dell'universo mondo a parti invertite? Ovvero KG che colpisce Melo meritando il secondo tecnico che non gli viene dato, poi continua ad inveire contro l'avversario, poi entra negli spogliatoi, poi lo insegue fino all'autobus...e dopo si giustifica dicendo: "eh, ha insultato mia moglie"...
Mi sarebbe paciuto leggere quella discarica che sono i commenti agli articoli online della Gazzetta, per dire...ma anche i pezzi dei columnist affermati...
Detto ciò Melo era solo frustrato perché sentiva che la gara gli stava sfuggendo di mano
Sono anni che cerco di far capire ai miei amici appassionati di basket che Garnett gioca "furbo" e non "sporco", e che finchè ci saranno polli tanto polli da cadere sistematicamente nelle sue provocazioni lui giustamente ne trarrà vantaggio.
Come si dice spesso: "Abbiamo i politici che ci meritiamo", io dico "hanno gli avversari che si meritano". Se il QI di tante primedonne del basket stelle e strisce non fosse meno di un terzo dei loro centimetri Kevin non avrebbe motivo di continuare a farsi questa reputazione.
Paradossalmente invece giocatori come Wade vengono osannati: "carini e coccolosi" finchè le cose vanno bene, poi quando gli si chiude la vena si esibiscono in placcaggi aerei da ergastolo. Il festival dell'ipocrisia. Mah...
Beh, Garnett credo lo faccia per avere un guadagno psicologico nella gara per cui non se la prende coi tosti ma coi deboli o almeno quelli che reputa tali...
2 OT per lamentarsi..
ma l'avete sentita anche voi quella di Tranquillo che definisce Kobe, numeri alla mano il miglior giocatore di post basso dell'NBA??? eh... beh...
e la gazzetta che dopo aver trattato il big match della giornata Lakers Oklahoma un po' di giorni fa continua l'articolo con "tante vittorie per le squadre di medio livello" ovviamente la prima di queste è Boston.
Si l'ho sentito
strano che non abbia pure detto che è stato anche il miglior quaterback dell'NFL e che nuoti meglio di Phelps ...
ormai l'obbiettività del quieto è andata a puttane da tempo inutile stupirsi ancora.
Il basket prima di Popovic non esisteva, OKC deve tutto a San Antonio, Ginobili, LBJ e il Bistecca sono gli unici giocatori di basket calati dal cielo direttamente dal creatore ...
Francamente si fa fatica ad ascoltare, come tanti grandi telecronisti tende a essere autoreferenziale e rischia di diventare la macchietta di se stesso.
Certo che sono lontanissimi i tempi di Aldo Giordani ed è ovvio che in un panorama così i giovani abbiano modelli per conto mio non educativi come il bistecca.
Tornando al nostro Kevin Garnett, vorrei dire un'ovvietà, e cioè che ancora oggi è il giocatore più determinante nei Celtics, ed è ancora uno di quei pochi nella lega la cui prestazione in campo sposta le partite, e non certo per quello che dice in campo, ma per quello che fa e che trasmette ai compagni.
Ah quindi Carmelo Antony non se l'e presa x le frasi sulla moglie ma per l'esser considerato di basso spessore...?
http://bostonglobe.com/sports/2013/01/13/sam-mitchell-tutelage-helped-make-kevin-garnett-intense-player/5qSK7QcaCPrIU7QXv1qNTL/story.html
No, a quelli di basso spessore rifila qualche colpo di troppo
Il suo impegno assoluto e la sua dedizione lo rendono un poco antipatico, come i compagni secchioni perchè arrivano a risultati impossibili per i più: il suo levare i canestri agli avversari a gioco fermo è solo un episodio, però chiarissimo da questo punto di vista.
Aggiungo che essere venuto a Boston non ha aiutato in questo senso, ai giallastri sarebbe diventato un cittadino modello ....
Quanto a Tranquillo, vi ringrazio per quanto scrivete, apprezzo sempre di più il mio league pass, i commenti di Mike & Tommy e anche quelli degli altri ....
Perfetto
Caro Garnett, se è vero quello che hai detto, mi hai deluso cmq parecchio!
Complimenti Fabio!Complimenti veramente!
Gran bell'articolo..10 pollicioni in su x te ed 1 in giu per Garnett
Ho iniziato a ridere da solo davanti al monitor in ufficio
Me lo auguro di cuore.
Se non fosse cosi , confermo il mio pollicione giu x KG
Non lo sapremo mai con esattezza
Mi sento di dire a mio modestissimo parere che Flavio Tranquillo è un Grande con la G maiuscola.
tutta questa faziosità in lui non la vedo.
Grande Flavio!
A questo punto, se è vero che Garnett ha dichiarato quello che ha riportato Michele(non ho assolutamente dubbi sulle tue ricerche, ci mancherebbe
uno tra Melo e KG è un falso ed una grande testa di cavolo per non dire altro..la verità io non la so, sinceramente mi sembra un pelo non dico asssurdo ma cmq alquanto strana la reazione di Melo, se non avesse tirato in ballo la sua ragazza o un qualcosa di delicato e importante non credo che avrebbe fatto tutto quel pollaio, avrebbe risposto sul campo con una miriade di bombe e tiri in transizione ridendo in faccia all'avversario come "quasi" solo lui sa fare, in tutti i casi mettiamoci una pietra sopra, anche perchè la verità la sanno solo loro due, augurandomi che in futuro non si sentano ancora voci di viscide offese come quelle "presunte" tra KG e Melo sul parquet di gioco.
http://www.celticslife.com/2013/01/honey-nut-carmelos-t-shirts.html
I servitori di kobe sono a 3 partite dai PO e ormai hanno chiaramente ingranato la marcia giusta
www.gazzetta.it/Nba/16-01-2013/troppi-insulti-anthony-dolan-fa-spiare-913850886864.shtml
Siamo arrivati alla frutta
Adesso vedremo i Suns ai PO di certo.
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